I fallimenti in Italia nel primo trimestre del 2017

Secondo l'analisi Cribis D&B nel primo trimestre del 2017 in Italia sono fallite 2.998 imprese, in media circa 33,3 attività ogni giorno, in calo del 16,8% rispetto al primo trimestre dello scorso anno. Per dare un’idea più precisa, la performance di quest’inizio anno è la migliore dal 2011, anno in cui gli imprenditori costretti a portare i loro libri in tribunale erano stati “solo” 2.921.



Considerando la distribuzione territoriale del fenomeno, emerge ancora una volta la stretta correlazione con la densità delle imprese attive nelle diverse aree geografiche. Oltre la metà delle attività fallite (52,2%) si concentra in quattro regioni. La Lombardia è la prima regione con 641 casi (pari al 21,4% del totale nazionale) e aggiorna il totale dei fallimenti lombardi dal 2009 a quota 22.883. In seconda posizione troviamo il Lazio con 386 imprese chiuse da inizio anno (incidenza del 12,4%), in terza la Campania con 275 (incidenza del 9,2%) e in quarta il Veneto con 261 (incidenza del 8,7%). Completano le prime dieci la Toscana con 242 casi, l’Emilia-Romagna con 205, il Piemonte con 173, la Sicilia con 164, la Puglia con 148 e le Marche con 84.

Guardando invece alle attività economiche si può notare una diminuzione trasversale in settori storicamente a forte rischio fallimento. Il commercio, seppure in calo del 13,7% rispetto allo stesso periodo del 2016, si conferma il settore più in difficoltà con i suoi 1.020 fallimenti. È poi il turno dell’industria con 759 fallimenti, settore che fa registrare la contrazione più significativa (-20,4%). Completano il quadro l’edilizia e i servizi vari che fanno registrare rispettivamente 611 (-9,7%) e 210 casi (-10,6%).

Se è vero che chi ben comincia è già a metà dell’opera, il 2017 sembra avere tutte le carte in regola per confermare l'inversione di tendenza positiva inaugurata nel 2015 (-4,9%) e consolidata in maniera più netta dai dati dello scorso anno (-7,7%). I dati relativi al primo trimestre di quest’anno sono ancora una volta incoraggianti e lasciano spazio all’ottimismo. Un ottimismo che è necessariamente cauto, visti i mesi che ci separano dalla fine dell’anno, ma soprattutto vista la forbice ancora estremamente ampia con i livelli pre-crisi di otto anni fa.