LA DEMOGRAFIA DELLE AZIENDE IN ITALIA: LE CESSATE NEL 2020

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Molto spesso è un’impresa individuale con sede in Lombardia, impegnata nel commercio al dettaglio e che ha cessato la propria attività nel mese di gennaio. Queste le caratteristiche tipo di un’impresa italiana cessata nel 2020, anno in cui l’andamento demografico dell’imprenditoria italiana sembra aver risentito in maniera forte del clima d’incertezza legato all’evoluzione della pandemia.

In questo studio analizzeremo i trend e le dinamiche che hanno interessato la demografia delle aziende italiane, cercando di capire più a fondo le cause e le caratteristiche delle cessazioni avvenute in Italia nell’anno appena trascorso.

aziende cessate

Il trend delle cessate in Italia nell’anno della pandemia
La demografia d’impresa in Italia in questo 2020 ha visto oltre 306 mila cessate (+3% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), ossia circa 837 unità al giorno.
Il primo trimestre come spesso accade è il periodo più “movimentato”: tra il 1 gennaio e il 31 marzo, infatti, si sono registrate oltre 132 mila cessazioni (il 43,3% del totale), contro il 14,3% del secondo trimestre, il 17,6% del terzo e il 24,8% del quarto. In due trimestri su quattro, ovvero nel primo e nel quarto, si è registrato un aumento rispettivamente del +1,3% e del +7,8% delle cessate rispetto al 2019.
Il 21,1% circa delle cessazioni si è concentrato nel solo mese di gennaio (+4,1% rispetto a gennaio 2019), contro il 13,7% di febbraio, l’8,5% di marzo, il 4,6% di aprile , il 3,9% di maggio, il 5,8% di giugno, il 7,2% di luglio, il 4,4 di agosto, il 6% di settembre, il 7,5% di ottobre, il 7% di novembre e il 10,3% di dicembre.

La distribuzione geografica delle cessate
La distribuzione geografica delle cessate in Italia anche nel 2020 presenta sostanziali differenze ed è legata, come sovente accade, alla concentrazione delle imprese presenti nelle diverse macro-ripartizioni territoriali del Paese.
Infatti, circa due aziende cessate su dieci, il 27,9%, si trovano nell’Italia nord-occidentale, il 19,8% nel Nord-Est, il 23,1% nell’Italia centrale e il restante 29,2% nel Meridione (il 20,7% nel Sud Italia e l’8,5% nelle Isole).
A livello regionale la Lombardia con oltre 53 mila aziende e un’incidenza del 17,5% sul totale nazionale si conferma la regione con il più alto numero di cessazioni. Seguono distanziate di almeno cinque punti percentuali Lazio (12,1%), Veneto (8,6%), Campania (8,4%), Emilia-Romagna (8,2%), Piemonte (7,5%), Toscana (6,9%), Sicilia (6,1%), Puglia (5,9%), Liguria (3,5%), Marche (2,6%), Sardegna (2,3%), Calabria (2,3%), Abruzzo (2,2%), Friuli-Venezia Giulia (1,6%), Trentino-Alto Adige (1,5%), Umbria (1,3%), Basilicata (0,7%), Molise (0,5%), e Valle D’Aosta (0,3 %).
La distribuzione provinciale delle cessate è sostanzialmente in linea con quella regionale. Prima la provincia di Roma con il 9,6% dei casi totali, seguita dalle province di Milano (7,7%), Napoli (4,2%), Torino (3,8%), Bari (2,4%), Firenze (2,2%), Brescia (1,9%), Salerno (1,8%), Bologna (1,6%) e Bergamo (1,6%).

Le caratteristiche delle imprese cessate
La distribuzione delle cessate è formata in larga prevalenza da imprese individuali e società di capitali. In queste ultime due categorie, infatti, rientrano rispettivamente il 64,6% e il 22,1% del totale delle cessate (di cui il 17,2% sono società a responsabilità limitata).
Per quanto riguarda l’ambito merceologico, il commercio è il settore maggiormente rappresentato con il 19,9% delle cessate totali (il 12,6% sono attività di commercio al dettaglio e il restante 7,3% di commercio all’ingrosso).
Degne di nota anche le percentuali delle cessazioni nel settore manifatturiero (14,6%), nel comparto delle costruzioni (8,2% di cui il 6,7% sono imprese di costruzione specializzate), nel settore dell’agricoltura, silvicoltura e pesca (7,6%), in quello dei servizi di alloggio e ristorazione (7,2%), e nelle altre attività di servizi (4,2%).
Le principali cause che hanno portato alla cessazione dell’attività nel 2020 sono: l’interruzione di ogni attività (51,2%), la cancellazione d’ufficio (10,4%), la cancellazione dal registro delle imprese (9,8%), la chiusura della liquidazione (6,1%), lo scioglimento (4,2%), il trasferimento dell'attività in un altra provincia (4,2%) e il decesso del titolare dell’impresa (2,3%).